una lettura letteraria

Analisi di Fun Home - a family tragicomic

ANALISI

Andrea Abiuso

4/13/20266 min read

Alison Bechdel

Fun Home - a family tragicomic

Originariamente pubblicato dalla Houghton Mifflin, casa statunitense nel 2006.

L’edizione da me letta in lingua inglese è invece stata pubblicata in Gran Bretagna.

240 pagine in bicromia, brossurato.

andrea abiuso

una lettura letteraria

analisi di Fun Home

Questa è la prima volta che mi trovo a leggere un fumetto straniero in originale, e, escludendo la mia tragicomica difficoltà a tradurlo, ho potuto apprezzare degli elementi a livello formale, che si sarebbero forse persi leggendone una versione adattata. Inizio da questi proprio perchè ne sono rimasto molto colpito e mi hanno portato a dare estrema attenzione al lettering, parte che di solito tralascio molto nelle mie analisi.

Fun Home è un fumetto fatto da tante parole, spesso trattate in modo molto differente. Per le porzioni narrate e all’interno dei balloon si adotta un font classico per i fumetti, che, benchè non sia scritto a mano, emula le irregolarità dell’errore umano, mantenendone la legibilità grazie allo stampatello maiuscolo. A sostituire le onomatopee, quasi completamente assenti, ci sono svariate altre scr itte all’interno delle vignette. Queste possono appartenere ai libri che vengono tenuti in mano dai personaggi, oppure essere titoli di giornale, articoli, inserzioni, dizionari, lettere, firme e altro ancora. Tutto ciò che non è inserito nello spazio bianco o nei dialoghi è un minuzioso lavoro dell’autrice, che rende i testi parte dell’esperienza visiva dell’opera.

Rimanendo sugli elementi formali, possiamo vedere come la messa in pagina della tavola segua una scuola molto classica. La griglia rimane sempre di 5 o 6 vignette, dalle forme rettangolari e molto regolari. Una didascalia è presente quasi sempre sopra di queste, benchè non siano chiuse da delle linee, ma siano come appoggiate nello spazio bianco.

Mi è sembrato che questa scelta non sia solo per gusto estetico ma che rappresenti qualcosa di più profondo, anche di inconscio. Scomoderò, quindi, un altro fumetto che con Fun Home condivide il genere: Il Grande Male di David B.. Tra i due lavori si può notare una certa somiglianza. Entrambi infatti parlano di storie familiari dell’infanzia dei rispettivi autori, focalizzandosi maggiormente su uno dei parenti, il fratello nel caso di David B. e il padre in quello di Alison Bechdel. Comunemente alla poetica del genere, ambedue le opere presentano nelle pagine una narrazione composta da didascalia e immagine, e la consecuzione di queste non rispetta per forza le regole di un fumetto classico, andando a preferire scene che corollano i testi piuttosto che avere una marcata sequenzialità. A differenza di altri libri infatti, nel caso in cui dovessimo togliere le parole sarebbe difficile ricostruire gli eventi, essendo queste, giustamente, fondamentali per la narrazione.

Ora, il punto a cui volevo arrivare è una differenza che esula dallo stile e dalle scelte grafiche, completamente differenti tra i due, ma che si riconosce proprio in questo rapporto testo-disegno. In Fun Home questa scelta di far essere libera la narratrice dalle gabbie, rispecchia perfettamente la natura da flusso di coscenza aneddotico che ha il racconto, là dove Il Grande Male, che ingabbia il testo, presenta una linearità drammaturgica molto più marcata. La differenza è tra una storia formata da tasselli del puzzle e una come rami d’albero, e questo benchè siano entrambe graphic novel autobiografice, uscite, grossomodo, nella stessa decade.

A condire questo mare di parole, qualcosa di particolare che Bechdel propone come soluzione descrittiva è inserire dei piccoli chiarimenti, come degli appunti sulla pagina, all’interno di balloon squadrati la cui pipetta termina con una freccia che indica un particolare elemento della composizione. Questa scelta mi ha ricordato, ironicamente, una particolare espressione del linguaggio di Micol & Mirko, dove, nella sua sintesi estrema, si trova a dover spiegare cosa sia un oggetto, altrimenti incomprensibile allo spettatore, usando proprio una freccia che lo descrive.

Mentre ci sentiamo quasi sovrastati da tutto quello che l’autrice vuole dire, il disegno ci accompanga dolcemente permettendoci di prendere i giusti respiri. Questo è chiaro, più essenziale possibile, ma al tempo stesso ricco di dettagli nella composizione degli ambienti. Lo stile infatti potremmo inserirlo nella categoria della linea chiara. Non ci sono tratteggi o particolari ombre, si usano tinte piatte ma che diventano estremamente espressive grazie alla bicromia. Il connubio tra le linee a inchiostro modulate tondeggianti, ma leggermente vibranti, e l’uso di questo blu (che cambia leggermente in base all'edizione) dato a pennello, acquerellato, imperfetto e materico, che crea varie sfumature dello stesso colore, riesce perfettamente a rendere di semplice lettura la scena, staccando tutti gli elementi l’uno dall’altro, e trovando intelligenti soluzioni grafiche di decoro, nella carta da parati o nello sporco su di un foglio. Le inquadrature, che spesso riprendono i personaggi a figura intera, sono scelte appositamente per dare ampio spazio a vari ninnoli, oggettini, elementi di arredo, vegetazione e altro, e come queste persone ci nuotassero dentro, in quelle case, città e paesaggi.

Ci sono però dei passaggi dove purtroppo delle limitazioni di questo stile si fanno più sentire, scollando, almeno me, dal flusso della storia. Le figure talvolta rimangono un po’ rigide non riuscendo a comunicare, con le espressioni e le azioni, momenti più concitati come raptus violenti, dovendo ricorrere anche a linee cinetiche che enfatizzano questa carenza.

Elemento più efficace nel disegno è il momento in cui si cambia talvolta stile, passando in alcune scene, o nelle presentazioni dei capitoli, a un tratteggio fotorealistico, forse ricalcato da immagini reali o ottenuto modificando quest'ultime. L’obbiettivo è quello di sorprendere il lettore, ricordandogli che ciò che sta leggendo è la realtà, per come l’ha vissuta l’autrice.

Quello che fa Alison Bechdel è un racconto di vita. In sei capitoli cerca di inquadrare varie sfaccettature della sua famiglia, o per meglio dire del rapporto col padre. Un padre umano, e come tale in errore in varie occasioni.

Fun Home - a family tragicomic è un occasione per l’autrice di liberarsi e narrare di una relazione travagliata e incostante, talmente assurda e talvolta deprimente da divenire comica, appunto. Bruce Bechdel è un insegnante di letteratura inglese nella sua piccola città, padre di tre figli e gestore di un impresa di pompe funebri. Muore, forse suicida, mentre la figlia più grande è ancora al college, e lei, lo dice ridendo che suo padre è stato investito.

La narrazione non è cronologica ma ogni sezione mostra come la giovane Alison reagiva ai comportamenti del genitore. Un uomo la cui omosessualità è stata repressa e cercava di fuoriuscire in qualche modo, nelle sue ossessioni e nevrosi sul vestiario o nel sistemare casa, oppure anche nei suoi tentativi di ubricare un minore. Nonostante tutti i difetti, empatiziamo molto nel ruolo della figlia. Da piccola vede un padre distaccato, crescendo scopre delle verità che la fanno interrogare, ma infine c’è un desiderio di tenerlo ancora legato a sè.

Quello che mi ha colpito di più è sicuramente l’ultimo capitolo. Vi è una sequenza che rompe completamente il ritmo avuto fino a quel punto, dove la griglia diventa fittissima e si vede un discorso in auto, padre-figlia. La telecamera è fissa e lo scambio di battutte è lento, quasi timido, ma è la prima volta che Bruce parla cosi apertamente dei suoi rapporti e sentimenti.

Alison, ancora dopo 20 anni dalla morte del padre, cerca di tenere saldo quel legame. Lo definisce gay, e non bisessuale o genericamente queer, per renderlo più vicino al suo orientamento di donna lesbica. Parla delle proprie nevrosi per sottolineare che tutti le avevano in quella famiglia, non solo lui.

Ma soprattutto scrive un fumetto autobiografico colmo di riferimenti letterari, presi da quei libri che il padre le consigliava, e che entrambi amavano.

Testo e immagine di copertina: Andrea Abiuso