tic tac: la fine è vicina
Analisi di Watchmen
ANALISI


Storia: Alan Moore
Disegni: Dave Gibbons
Colori: John Higgins
L’edizione da me letta è della collezione DC pocket edita da Panini nel 2024. Contiene 416 pagine a colori, in un formato 15x23 , rilegato con brossura fresata.
L’edizione originale è stata pubblicata in un mensile tra il 1986 e l’87, per poi venire pubblicato anche come volume unico dalla stessa DC Comics.
andrea abiuso
tic-tac: la fine è vicina
analisi di Watchmen


Quando, più di due settimane fa, mi sono approcciato a questo fumetto quello che mi aspettavo era un racconto che riconoscessi come di rottura, collocato nel tempo della sua pubblicazione, ma che ormai, essendo io entrato in contatto con le storie di supereroi post-watchmen, mi suonasse un po’ antiquato e già visto. Ovviamente quando mi trovo in situazioni del genere cerco di immergere il mio immaginario nel contesto storico di riferimento, riconoscendone il valore e l’influenza che può aver avuto per i suoi successori.


Una esperienza del genere l’ho vissuta ad esempio con il manga Hunter x Hunter, di Yoshihiro Togashi, che ha iniziato la sua serializzazione nel 1998 e che ha cambiato per sempre il modo di fare una storia d’azione con i superpoteri, nel panorama nipponico per ragazzi. Hunter x Hunter ha il pregio di prendere a piene mani dalla generazione precedente, declinandola attraverso la sua poetica, compiendo scelte che i suoi successori non hanno la abilità o il coraggio di percorrere. Benchè Watchmen sia il mio primo fumetto supereroistico, riesco a riconoscere tutto questo. Alan Moore gioca con gli stereotipi del genere, inserendoli in una storia così tangibile e in un mondo così concreto che quasi fa dimenticare di star parlando di uomini in calzamaglia.
Ciò che stupisce della narrazione di Watchmen non è tanto ciò che accade ma come questo venga presentato. Un gruppo di supereroi di mezz’età, quasi tutti fuori servizio, si troveranno alle prese con il mistero e le conseguenze dell’assassinio del Comico, uno dei loro colleghi rimasto in attività. La trama orizzontale procede in maniera silenziosa rispetto a quelle verticali, che ci mostrano tutti i personaggi interagire tra loro e con i secondari, indagando su se stessi, sulle loro scelte del passato, su quelle che compieranno, oppure esplorando vecchi e nuovi attriti. Mentre leggevo i vari capitoli mi sembrava come se stessi intrecciando un tessuto di vari fili nella mia mente, ricostruendo le vite di Rorschach, Nite Owl, Silk Spectre, del Dr. Manhattan e di tutti gli altri. Li vediamo invecchiati, nevrotici, apatici, sessisti, smarriti, galvanizzati, in uno spettro di emozioni e esperienze negative tra i più ampi possibile, scoprendone pian piano le motivazioni che li hanno ridotti in quello stato.








Vi è una decostruzione del supereroe come lo si era conosciuto fino a quel momento, tanto che da lì in avanti, per scherno, i protagonisti delle moderne storie di supereroi verranno chiamati “persone con super-problemi”. Tuttavia, come spesso accade, le imitazioni sbagliano nel copiare dall’originale. In Watchmen, infatti, i loro drammi sono estremamente umani, gravi, ma non assurdi o surreali. Sentirsi ormai impotenti e senza uno scopo dopo aver perso il lavoro, essere vittima di un genitore che proietta i propri desideri nella figlia, avere la superbia di capire come funziona il mondo, ridere in faccia alle tragedie corrompendosi irrimediabilmente, non riuscire ad accettare la sconfitta. Chiunque abbia letto l’opera sa perfettamente a chi mi riferisco con ognuna di queste frasi, ed è qui che la bravura dello scrittore emerge, tra le altre cose. I dialoghi sono scritti con estrema maestria, tanto che sono perfettamente identificabili anche se presi da soli. A livello grafico vengono talvolta caratterizzati nella forma dei balloon o nei font utilizzati, che presentano una differenza più marcata nell’edizione originale. Prendendo come esempio Rorschach, a livello testuale troviamo un uomo che tende ad esprimersi in frasi brevi, sintetiche, talvolta sgrammaticate o tronche.




Figurativamente, vi sono tre diversi approcci. Il diario, che prende forma didascalica, con annotazioni temporali e spaziali, rappresenta gli appunti di Rorschach, e narra le vicende dall’interno, in tempo reale. La forma dovrebbe essere squadrata, ma nel lato inferiore e in quello destro è disegnato ondulato, come un foglio di carta strappato. Anche il colore ingiallito, che insieme all’imprecisione del bordo, a varie macchioline d’inchiostro che ricordano anche la maschera del personaggio, e al carattere che sostituisce le a e le e con il minuscolo dello stampatello, servono a rendere l’effetto materico e riconoscibile. Anche nel parlato presenta una caratteristica peculiare. Esprimendosi lui da sotto un tessuto in silicone che gli copre il viso, la voce ne risulterebbe ovattata, e perciò il fumetto pare tremolante, a differenza di quando ha la bocca scoperta, dove invece risulta uguale alle altre persone. Il fumetto, che porta sulle spalle 40 anni di età, è estremamente verboso, nonostante l’assenza di onomatopee. Poche sono le vignette silenziose e quando i personaggi parlano, parlano tanto. Una cosa che mi ha stupito è come questi lo facciano anche fuori inquadratura. Altri due utilizzi della didascalia sono infatti, data l’assenza di un narratore omniscente, le voci-pensiero e i dialoghi fuoricampo. Questi due si distinguono grazie all’uso o meno delle virgolette, che, quando presenti, suggeriscono l’effettiva pronuncia delle parole. delle parole. La telecamera in Watchmen non riesce mai a stare ferma, continua a fare giochi di macchina e, in tal senso, evita di rimanere con una inquadratura fissa sul personaggio. Mentre un dialogo avviene, mostra ciò che avviene per le strade, o ciò accade in passato, in che posizione sono le mani dell’interlocutore, i loro riflessi in un vetro, le loro ombre sulla parete, o fa zoom-in e zoom-out per creare pathos. I balloon in tutto questo seguono la regia. Come già detto usano quelli squadrati se si mostrano scene lontane, oppure le pipette puntano la loro freccia fuori dalla gabbia della vignetta, seguendo la corretta provenienza della voce.
















Il ritmo e il tempo sono estremamente importanti per Alan Moore, perciò le scelte di alternare primi piani, figure intere ,campi lunghi e tutte le suddette inquadrature sono funzionali a ciò che vuole esprimere. Anche la griglia, occidentalissima, con 9 celle, praticamente sempre identiche, serve a suggerire lo scorrere costante del ticchettio dell’orologio. Questa regolarità della pagina fornisce inoltre alle scene di rottura molta più potenza. Ciò avviene, ad esempio, nella prima pagina di ogni sezione che è divisa in due. Da un lato il numero del capitolo su sfondo nero, e dall’altro un dettaglio, in una vignetta stretta e lunga, di un elemento della scena che diverrà chiara solo nella pagina successiva. Altre volte viene usata per rallentare o accelerare una sequenza. Questo avviene durante l’attacco all’ex eroe Ozymandias, che sembra quasi a rallentatore, oppure nell’opposto incubo di Dan Dreiberg, dove le immagini vengono presentate in frenetica successione.






Il tempo scorre inesorabile, la fine del mondo si avvicina, e ce lo ricorda l’enorme orologio su fondo nero che chiude ogni capitolo e che, piano piano, man mano che la mezzanotte si avvicina, sta per essere ricoperto da una colata di sangue. Ci verrà rivelata la grottesca natura di questo indizio solo in seguito, nell’ultimo capitolo.
Gli orologi sono molto importanti, iniziano, costellano, e chiudono ogni sezione del racconto, ma soprattutto, sono l’elemento cardine di uno dei personaggi più importanti e strani del racconto: Dr. Manhattan.




Un elemento innovativo di Watchmen è la sua estrema concretezza e il suo realismo, e in questo gioca il ruolo di Jon Osterman, l’unico individuo, in una storia di supereroi, dotato di superpoteri.
Quest’ultimo, a seguito di un incidente con una tecnologia iper avanzata post-bellica, ottiene diverse capacità di controllo della materia, e in più, la più narrativamente rilevante, una peculiare percezione temporale. L’abilità che possiede il Dr. Manhattan, chiamato così dal governo degli USA al fine di renderlo, anche per assonanza, un nuovo deterrente nucleare, è quella di vedere la quarta dimensione, di conseguenza il tempo, non come una linea che scorre, ma come un punto che incorpora passato, presente e futuro contemporaneamente. Gestire un personaggio consapevole di ciò che accadrà è molto complesso, e qui l’autore decide di trovare un giustificato escamotage, al fine di far perdere questa facoltà al Doc negli ultimi capitoli del racconto. Ma al di là di questa scelta, personalmente considerata un po’ furba, proprio il quarto capitolo, dove viene rivelata e raccontata questa abilità, è stato quello che mi ha conquistato definitivamente nella lettura. Jon, dopo una accusa mediatica, decide di ritirarsi su Marte, dove attraverso dei flashback ci viene rivelata la sua storia. Le visioni del passato sono ampiamente usate per rivelare le origini di quasi tutti i personaggi principali, tuttavia non sono mai uguali gli uni agli altri. Rorschach rivive la sua infanzia in una seduta psichiatrica, Ozymandias rivela il suo viaggio in un monologo finale, ma di certo quello di Jon è il metodo più particolare. In questo momento di riflessione sul pianeta rosso, al nudo uomo azzurro viene dato il figurativo palcoscenico della narrazione, potendo noi sbirciare nel suo cervello, e quindi nel suo punto di vista.




Dr. Manhattan vive costanti salti avanti e indietro nel tempo, dati da stimoli, collegamenti personali, o anche solo dal caso. In una stessa vignetta, la sua voce pensiero ci rivela che con la mente è in tre posti e tempi diversi. Graficamente, le pagine sono una scacchiera, con immagini che si alternano in sequenza, mostrando talvolta scene più lunghe oppure brevissime, descritte solo in didascalia. Il suo modo di esprimersi è sempre distaccato, tecnico, superiore e quindi apatico. Qui si torna al discorso della caratterizzazione del balloon: Per dare fin da subito una sensazione di smarrimento al lettore, i suoi dialoghi sono gli unici che presentano un colore azzurro come sfondo, delineato da un alone più chiaro. Un alieno in un mondo di umani.
Alan Moore, come detto più volte, vuole costruire una ambientazione più vera possibile, che giustifichi la presenza dei superpoteri o delle supertecnologie anche nei tempi a lui contemporanei. Watchmen è di fatto un’ucronia, ovvero il nostro mondo nell’86, ma in cui alcuni eventi storici si sono conclusi diversamente, portando gli Stati Uniti a plasmarsi a immagine e somiglianza dei fumetti. Addirittura, la generazione originale di giustizieri mascherati ha imitato, nei primi anni ‘40, il Superman di Action Comics. Per questo motivo, in un mondo di Batman squattrinati, l’arrivo dell’entità che è il Dr. Manhattan ha modificato profondamente la società.
Proprio grazie alle sue abilità intellettive, Jon aiuterà la comunità scientifica a fare balzi in avanti, giustificando la super tecnologia del secondo Nite Owl, la base segreta in Antartide di Ozymandias, o la maschera cangiante di Rorschach. Anche la messa al bando degli eroi o il loro utilizzo in campo bellico, uniti ai suddetti elementi, compongono una lettera d’amore dell’autore verso il genere, declinandolo nella sua chiave iper realistica.








La città di New York si riesce addirittura a respirarla, questo anche grazie alle piccole trame che si vivono sullo sfondo delle scene, o che fungono da intermezzo e collante con la trama vera e propria. Nei suoi abitanti si percepisce la delusione e il mal contento, la disillusione e la rabbia. Uno psicologo con problemi coniugali, un detective troppo sicuro di sè, un edicolante chiacchierone e un ragazzino noncurante, un dispotico redattore di un giornale, una ragazza aggressiva che nega la sua omosessualità, un ex criminale che vuole cambiare vita, e infine uno scrittore scomparso, sono tutti esistenti, agiscono anche quando non li vediamo, hanno le loro idee, i loro amori, e le loro vite allo sbando. Questo elemento mi ha ricordato molto Alack Sinner di Sampayo e Muñoz, in particolare l’episodio Trovare e Ritrovare, dove il protagonista, in un viaggio per indagare sul se stesso smarrito, incontra varie figure lungo la strada. In particolar modo me lo ha ricordato nell’uso della telecamera per mostrare scene apparentemente scollegate dalla principale, ma che forniscono uno scorcio di vita degli abitanti della città.
Il contesto della storia, in Watchmen, viene costruito pezzo per pezzo, capitolo per capitolo, anche tramite gli approfondimenti finali, sempre di 4 pagine, che imitano nella loro forma giornali, autobiografie, incisi di ornitologia e documenti segretati. Il font e lo stile grafico, oltre che le immagini in bianco e nero, i disegni o gli schemi, servono a imitare la tipologia della fittizia fonte di provenienza di questi estratti.


Se per la maggior parte delle volte, leggerli occorre solo ad avere più chiara la cornice del racconto, altre volte lasciano delle briciole che verranno poi chiarite in seguito, quando il quadro generale sarà più chiaro. Quello che mi ha sicuramente colpito di più è l’approfondimento del capitolo 4, dove viene riportata una analisi delle conseguenze che il Dr. Manhattan ha portato nella politica mondiale.
In quest’ultimo, viene rivelato che il motto originale con il quale l’uomo blu venne presentato al pubblico, non fosse “Il superuomo esiste, ed è americano.”, bensì quest’ultima è una parafrasi delle parole pronunciate in realtà dall’autore di questo articolo, che in originale erano “Dio esiste, ed è americano.” Questa differenza non solo rende il personaggio estremamente più affascinante, facendone capire l’entità della sua presenza e la sua forza, non solo introduce elementi di fantapolitica che rendono molto interessante immaginare come possa procedere la storia in tal senso, aprendo la strada a una escalation sul panorama mondiale, ma anche, e soprattutto, ci rivela che non tutto ciò che leggiamo corrisponde alla verità, ma anzi potrebbe essere
traviato dall’opinione di qualcuno più in alto del lettore, benchèéinterno al racconto. Per concludere l’aperta parentesi sulla caratterizzazione grafica dei testi, bisogna proprio citare uno di questi estratti extra. Situato alla fine del capitolo 5 vi è un brano tratto dal fittizio saggio Treasure Island Treasury Of Comics, il quale parla di storie a fumetti sui pirati, e in particolare della serie I Racconti Del Veliero Nero. Quello che rende interessante tutto questo è che a intervalli regolari, durante la normale lettura di Watchmen, troviamo sequenze di didascalie dalla forma strana, posizionate sopra immagini apparentemente scollegate, alternate talvolta da vignette con una filigrana che imita i vecchi fumetti stampati, sovrastate dai normali dialoghi che continuano la scena precedente. Ci troviamo di fronte a un incassamento narrativo. Infatti, scopriremo durante il corso della storia che quelle pagine sono appartenenti a un episodio dei citati racconti sui pirati, chiamato Il Naufrago, e che ne vediamo la lettura frammentata da parte di un bambino. Non solo questa storia nella storia propone una allegoria dei valori del racconto, dove il protagonista, che crede di essere nel bene, finisce per diventare carnefice del suo stesso male, ma è importante anche l’identità lo sceneggiatore, lo scrittore Max Shea.




Quest’ultimo, lo rivedremo verso il finale, dove scopriremo che la sua scomparsa deriva proprio dalla sua presenza nell’isola protagonista dell’esperimento macabro portato avanti da Ozymandias. A livello grafico le didascalie, similmente a quelle degli appunti di Rorschach, hanno l’angolo in basso a destra stondato, il bordo impreciso e con dettagli come di carta attorcigliata, per ricordare nel complesso una pergamena. Anche il carattere utilizzato è leggermente diverso, utilizza infatti dei caratteri inclinati e la prima lettera di ogni periodo più grande e in grassetto, a imitare quanto si fa nei libri.






L’utilizzo di queste schede e il silenzioso patto col lettore, che crede alla veridicità di questi estratti, mi hanno ricordato, in parte, il gioco compiuto da Kalina Muhova nel suo recente Life Couch. La storia, dal pretesto molto semplice, parla di una ragazza depressa che si fa dare consigli di vita dal suo divano usato, che ha avuto modo di vedere molti altri umani e creare un manuale per essere felici. Il fumetto stesso diviene il testo scritto dal divano, e la normale narrazione visiva di immagini sequenziali cambia, divenendo quella di un libro illustrato, con massime accostate a immagini dallo stile grafico diverso dal precedente.
In più, la diversificazione dei font e dello stile visivo, per renderli funzionali alla narrazione, non mi ha potuto che ricordare Asterios Polyp di David Mazzucchelli, che fa di questi elementi il fulcro dell’identità dell’opera.
Nel disegno, Dave Gibbons, adotta una linea scura, probabilmente fatta a pennello, e uno stile realistico dove i volumi dei soggetti vengono suggeriti dai neri pieni. La scelta è quella di un disegno americano tradizionale, perfetto per una storia del genere. Classico ovviamente non vuol dire che abbia meno valore, anzi, tutte le scene sono costruite per funzionare anche senza colori e sono sempre chiare e immediate, con personaggi riconoscibili, prospettiva e anatomie impeccabili.
Per concludere, vorrei parlare del colore, elemento che non mi aspettavo mi avrebbe stupito così tanto. Come detto in apertura, questo è il mio primo fumetto americano supereroistico, e come tale rispecchia la macchina industriale statunitense, a cui non sono abituato. Avere tre figure diverse per lo sceneggiatore, il disegnatore e il colorista in uno stesso fumetto, è molto diverso dall’essere autore unico o alla “bottega” del fumetto nipponico, dove vari disegnatori assistono il principale. Devo ammettere di aver sempre sottovalutato il ruolo che viene ricoperto in questa istanza da John Higgins, che invece mi ha sorpreso positivamente. Per citare ciò che mi ha detto il professor Alessio Trabacchini durante una discussione informale, i colori in Watchmen sembrano marci, come se tutto debba putrefarsi da un momento all’altro. Ovviamente, arrivato a questo punto non mi ripeterò spiegando perchè questa definizione sia fortemente calzante, e mi limiterò solo a ragionare sul come si sia arrivati a questo effetto. Innanzi tutto, credo sia dovuto alla bassa saturazione, ma anche alla volontà di Higgins di giocare con i contrasti. Spesso le scene presentano colori irrealistici, ma che funzionano per evidenziare i soggetti in campo tramite i complementari, e dividono le atmosfere delle varie sequenze, secondo palette ben specifiche. Spesso si gioca con l’alternanza nelle vignette di forti colori, proprio per donare freneticità alle scene più concitate, trattamento molto usato nel genere. A questo proposito mi viene in mente lo Spiderman di Ditko, sia per i colori che per la griglia.
L’ennesima riprova di quanto Watchmen sia una (non) storia sui supereroi.




